Sessantuno morti nel centro di Baghdad
Nuove istruzioni per al Qaida in Iraq
In meno di due settimane le truppe americane in Iraq saranno ridotte a 50 mila, in poche grandi basi fuori dalle città e senza più missioni di combattimento. Ricordate le previsioni catastrofiche sugli americani in Iraq, che avrebbero dovuto salvarsi come a Saigon evacuando la propria ambasciata dal tetto, con gli elicotteri? Oggi gli iracheni chiedono ai soldati americani di non abbandonare il paese perché il lavoro non è ancora finito.
8 AGO 20

In meno di due settimane le truppe americane in Iraq saranno ridotte a 50 mila, in poche grandi basi fuori dalle città e senza più missioni di combattimento. Ricordate le previsioni catastrofiche sugli americani in Iraq, che avrebbero dovuto salvarsi come a Saigon evacuando la propria ambasciata dal tetto, con gli elicotteri? Oggi gli iracheni chiedono ai soldati americani – che sulla riva del Tigri hanno appena costruito la nuova ambasciata, la più grande al mondo – di non abbandonare il paese perché il lavoro non è ancora finito. Come ha detto persino l’ex ministro degli Esteri di Saddam Hussein, Tareq Aziz, il rischio è che gli americani “lascino il paese ai lupi”, dove i lupi sono i terroristi di al Qaida.
Martedì mattina un attentatore suicida carico di chiodi e di esplosivo è scivolato fra le centinaia di aspiranti reclute che in piazza Maidan, nella capitale, aspettavano di presentare la propria domanda d’arruolamento. L’esplosione ha ucciso 61 persone e ne ha ferite un centinaio. Anche se l’intelligence irachena ha inferto colpi devastanti all’organizzazione – uccidendo a marzo i due capi supremi ricercati da anni – “la sua struttura cellulare è rimasta abbastanza intatta”, ha detto la settimana scorsa il capo delle forze speciali americane in Iraq, il generale Patrick M. Higgins, nella sua prima intervista dalla sua nomina lo scorso inverno. “I gruppi estremisti sono molto vivi”.
Al Qaida ha elaborato una strategia di ripartenza per tornare a operare in Iraq. Al primo punto c’è la caccia ai finanziamenti. Bisogna riempire le casse, senza soldi non si può sostenere la guerra. Il gruppo ha gettato i suoi uomini nel racket contro le imprese commerciali più grandi e contro le compagnie petrolifere. “Per esempio – dice il generale Raymond Odierno, che comanda tutte le truppe americane – vanno dalle compagnie telefoniche e dicono ‘paga, o colpiremo le tue antenne e i tuoi dipendenti’. La linea di separazione con la criminalità ordinaria è ormai indistinguibile, perché non ricevono più molti finanziamenti dall’esterno”. Al Qaida ha anche organizzato una serie di attacchi spettacolari di autofinanziamento contro banche, oreficerie e contro il palazzo del ministero delle Finanze.
Il secondo punto è non toccare gli americani. Conviene non disturbare troppo il rientro in patria dei soldati, per non giustificare eventuali rallentamenti nella tabella di marcia: è meglio esercitarsi a colpi di retorica sulla “cacciata degli infedeli”, che intralciarne su serio le operazioni. In questo senso, Washington e al Qaida vogliono la stessa cosa: meno truppe americane in Iraq. Al Qaida si concentra piuttosto sull’esercito iracheno, destinato a restare, colpendo con il massimo dell’efficacia. Come ieri a piazza Maidan e come due settimane fa a Diyala, dove uomini armati hanno ucciso una famiglia e hanno lasciato vivi i bambini perché chiamassero i soldati: quando quelli sono arrivati, i terroristi hanno fatto saltare la casa – in tutto ci sono stati undici morti.
Il terzo punto è la riconquista della minoranza sunnita, che nei primi anni di guerra ha offerto ai terroristi ospitalità e obbedienza, ma che dopo l’arrivo del generale Petraeus si è ribellata contro lo strapotere, anche territoriale, di al Qaida.
Gli estremisti stanno reclutando i loro ex alleati, favoriti anche dal vuoto politico – le elezioni sono state cinque mesi fa, ma non c’è ancora un governo e l’esasperazione cresce. Lo sceicco Sabah al Janabi, leader di una delle milizie popolari antiterrorismo al Sahwa, “il Risveglio”, dice che già cento dei suoi 1.800 uomini non si sono presentati a ritirare la paga di trecento dollari. Segno che qualcun altro li sta pagando: “Qui al Qaida ha avuto un ritorno in grande stile, io conosco il mio territorio e ogni singola persona, mi sono accorto di che cosa sta succedendo”. I soldi aprono la via del ritorno. E chi s’oppone è ucciso, come tre leader di al Sahwa domenica scorsa.
Martedì mattina un attentatore suicida carico di chiodi e di esplosivo è scivolato fra le centinaia di aspiranti reclute che in piazza Maidan, nella capitale, aspettavano di presentare la propria domanda d’arruolamento. L’esplosione ha ucciso 61 persone e ne ha ferite un centinaio. Anche se l’intelligence irachena ha inferto colpi devastanti all’organizzazione – uccidendo a marzo i due capi supremi ricercati da anni – “la sua struttura cellulare è rimasta abbastanza intatta”, ha detto la settimana scorsa il capo delle forze speciali americane in Iraq, il generale Patrick M. Higgins, nella sua prima intervista dalla sua nomina lo scorso inverno. “I gruppi estremisti sono molto vivi”.
Al Qaida ha elaborato una strategia di ripartenza per tornare a operare in Iraq. Al primo punto c’è la caccia ai finanziamenti. Bisogna riempire le casse, senza soldi non si può sostenere la guerra. Il gruppo ha gettato i suoi uomini nel racket contro le imprese commerciali più grandi e contro le compagnie petrolifere. “Per esempio – dice il generale Raymond Odierno, che comanda tutte le truppe americane – vanno dalle compagnie telefoniche e dicono ‘paga, o colpiremo le tue antenne e i tuoi dipendenti’. La linea di separazione con la criminalità ordinaria è ormai indistinguibile, perché non ricevono più molti finanziamenti dall’esterno”. Al Qaida ha anche organizzato una serie di attacchi spettacolari di autofinanziamento contro banche, oreficerie e contro il palazzo del ministero delle Finanze.
Il secondo punto è non toccare gli americani. Conviene non disturbare troppo il rientro in patria dei soldati, per non giustificare eventuali rallentamenti nella tabella di marcia: è meglio esercitarsi a colpi di retorica sulla “cacciata degli infedeli”, che intralciarne su serio le operazioni. In questo senso, Washington e al Qaida vogliono la stessa cosa: meno truppe americane in Iraq. Al Qaida si concentra piuttosto sull’esercito iracheno, destinato a restare, colpendo con il massimo dell’efficacia. Come ieri a piazza Maidan e come due settimane fa a Diyala, dove uomini armati hanno ucciso una famiglia e hanno lasciato vivi i bambini perché chiamassero i soldati: quando quelli sono arrivati, i terroristi hanno fatto saltare la casa – in tutto ci sono stati undici morti.
Il terzo punto è la riconquista della minoranza sunnita, che nei primi anni di guerra ha offerto ai terroristi ospitalità e obbedienza, ma che dopo l’arrivo del generale Petraeus si è ribellata contro lo strapotere, anche territoriale, di al Qaida.
Gli estremisti stanno reclutando i loro ex alleati, favoriti anche dal vuoto politico – le elezioni sono state cinque mesi fa, ma non c’è ancora un governo e l’esasperazione cresce. Lo sceicco Sabah al Janabi, leader di una delle milizie popolari antiterrorismo al Sahwa, “il Risveglio”, dice che già cento dei suoi 1.800 uomini non si sono presentati a ritirare la paga di trecento dollari. Segno che qualcun altro li sta pagando: “Qui al Qaida ha avuto un ritorno in grande stile, io conosco il mio territorio e ogni singola persona, mi sono accorto di che cosa sta succedendo”. I soldi aprono la via del ritorno. E chi s’oppone è ucciso, come tre leader di al Sahwa domenica scorsa.